Sottrarre la terra alla speculazione e alla devastazione
L’esperienza del GAST Campilonghi e il progetto di Marco e Michela mostrano come l’agroecologia non sia soltanto un metodo di coltivazione, ma un progetto politico per il territorio. Nella campagna a sud di Montebelluna, tra cave, insediamenti industriali e nuovi vigneti, ci sono tre ettari che da oltre dieci anni raccontano una storia diversa.
Nel 2012 un gruppo di cittadini decise di acquistare collettivamente un terreno agricolo in località Campilonghi. Nell’operazione furono coinvolte 34 famiglie, ciascuna con una quota di circa diecimila euro. Non erano grandi proprietari né investitori immobiliari: erano insegnanti, operai, professionisti, ambientalisti e persone interessate all’agricoltura biologica. Il loro obiettivo era acquistare quel pezzo di campagna prima che finisse nelle mani di un operatore delle cave, mantenerlo integro e continuare a destinarlo all’agricoltura.
Nacque così il GAST Campilonghi, Gruppo di acquisto solidale del terreno: uno dei primi casi italiani, probabilmente il primo formalizzato con queste caratteristiche, in cui cittadini comuni mettevano insieme i propri risparmi non per acquistare prodotti, ma la terra sulla quale produrli.
Nel 2014 il progetto divenne una società agricola cooperativa. Il terreno avrebbe dovuto ospitare coltivazioni biologiche, vendita diretta, attività didattiche e momenti aperti alla comunità. Il GAST nasceva come risposta alla cementificazione, ma anche a un’altra trasformazione già evidente nel Veneto: la sostituzione di prati, boschetti, frutteti e colture diverse con vigneti intensivi. Una trasformazione formalmente agricola, ma fondata sulla stessa logica che guida il consumo di suolo: ottenere dalla terra il maggiore rendimento economico possibile, riducendo il paesaggio e la biodiversità a ostacoli da rimuovere.
Già nel 2014 Cinzia Scaffidi descriveva i GAST come una risposta contemporaneamente al cemento e alla “prosecchizzazione” del territorio. A distanza di dodici anni, tuttavia, l’esperienza di Campilonghi aveva perso parte delle energie iniziali. Alcuni soci volevano ritirarsi e il progetto rischiava di esaurirsi. Non è un elemento da nascondere. Al contrario, la difficoltà incontrata dal primo GAST permette di comprendere una questione decisiva: salvare un terreno dalla speculazione è possibile, ma per mantenerlo vivo serve qualcuno che lo coltivi, ne ricavi un reddito e possa progettare il proprio futuro senza temere di perderlo da un momento all’altro. È da questa contraddizione che nasce il progetto di Marco e Michela. Per anni hanno coltivato in affitto quattro ettari a frutta e ortaggi biologici. Quel terreno è stato poi venduto per 850 mila euro a un operatore del settore estrattivo, con la prospettiva di trasformarlo in vigneto. Non hanno perso soltanto una superficie agricola: hanno perso il lavoro accumulato nel suolo, gli investimenti, le relazioni costruite e la possibilità di sapere se ciò che piantavano avrebbe avuto il tempo di crescere.
Con “Mettiamo radici”, Marco e Michela hanno incontrato il GAST proprio nel momento della sua crisi. Il progetto prevede la ricostituzione della società agricola cooperativa, l’ingresso di nuovi soci e la loro assunzione diretta della responsabilità produttiva. La proprietà della terra rimarrebbe collettiva, mentre loro la coltiverebbero professionalmente pagando un affitto. A luglio 2026 era stato raggiunto circa il novanta per cento delle adesioni necessarie e si valutava anche l’acquisizione di un ulteriore terreno confinante di un ettaro e mezzo.
Qui si trova l’aspetto politicamente più interessante dell’esperienza. La terra non viene regalata all’agricoltore e non diventa una proprietà privata da rivendere in futuro. Ma non rimane nemmeno una proprietà collettiva puramente simbolica, mantenuta da persone che non hanno il tempo o le competenze per lavorarla. Si prova invece a separare la proprietà del suolo dalla rendita, senza separarla dal lavoro: una comunità garantisce che il terreno resti agricolo e agroecologico; chi lo coltiva ottiene la stabilità necessaria per vivere del proprio lavoro.
È una concezione molto vicina all’agroecologia di Miguel Altieri. L’agroecologia, nel suo pensiero, non è semplicemente un insieme di tecniche alternative all’agricoltura convenzionale. Non consiste soltanto nell’eliminazione dei pesticidi, nella rotazione delle colture o nella tutela degli insetti utili. È insieme scienza, pratica sociale e progetto politico. Mette in discussione le monoculture, la dipendenza dalle imprese agrochimiche e la concentrazione della terra, ricostruendo sistemi alimentari locali fondati sulla biodiversità, sui saperi contadini e sulla solidarietà tra produttori e consumatori. In questa prospettiva, un’esperienza come Campilonghi non dovrebbe diventare un’isola felice. Dovrebbe funzionare come un faro: dimostrare concretamente che cittadini e contadini possono intervenire sulla proprietà della terra, sottraendola sia all’abbandono sia alla speculazione.
Anche il manifesto di Rete Contadina insiste su questo punto. L’agroecologia riguarda l’intero sistema alimentare e richiede un’alleanza tra aziende agricole, cittadini, famiglie, gruppi di acquisto, mense e ristoratori. Non basta chiedere ai piccoli produttori di coltivare meglio: bisogna garantire loro terra, reddito e mercati locali, contrastando l’accentramento dei capitali e delle superfici agricole. Il limite italiano è che esperienze di questo tipo restano affidate quasi esclusivamente alla volontà di singoli gruppi. Ogni progetto deve inventare da capo la propria forma giuridica, raccogliere il capitale, trovare gli agricoltori, gestire i rapporti tra soci e affrontare problemi amministrativi e finanziari.
In Francia, invece, questa intuizione è diventata un progetto politico organizzato. Il movimento Terre de Liens raccoglie il risparmio di cittadini e soggetti della finanza solidale, acquista aziende agricole e le concede in affitto a lungo termine a contadini impegnati nell’agricoltura biologica e di prossimità. La proprietà garantisce che i terreni mantengano nel tempo la loro destinazione agricola, mentre gli agricoltori non devono indebitarsi per comprarli. Intorno a questo sistema sono nate associazioni territoriali, una società fondiaria, una fondazione e strumenti di collaborazione con gli enti pubblici. Oggi Terre de Liens coinvolge centinaia di aziende agricole e migliaia di ettari. Il passaggio decisivo è proprio questo: in Francia l’acquisto solidale della terra non è rimasto soltanto un comportamento virtuoso individuale. È diventato un’istituzione collettiva. Le iniziative fondiarie cittadine vengono riconosciute come azioni di interesse generale perché contrastano l’artificializzazione, preservano la biodiversità, mantengono integre le aziende e permettono l’insediamento di nuovi contadini. Considerando la terra un bene comune, mettono apertamente in discussione l’idea che la proprietà privata attribuisca un diritto assoluto sul suo uso e sulla sua trasformazione.
Tre ettari a Montebelluna non possono da soli cambiare il modello agricolo veneto. Possono però mostrare un’altra direzione. Se il progetto di Marco e Michela riuscirà, il suo valore non sarà soltanto nella quantità di ortaggi prodotti. Sarà nella capacità di ricostruire un legame stabile tra la terra, chi la lavora e la comunità che da quella terra viene nutrita. Potrebbe diventare il primo nucleo di una rete più ampia: un soggetto territoriale capace di raccogliere risparmio solidale, acquisire altri terreni minacciati, affidarli a giovani agricoltori e garantire che non vengano trasformati domani in cave, capannoni o monoculture.
Il GAST Campilonghi nacque per salvare un pezzo di campagna. Il progetto che oggi prova a farlo rinascere pone una questione ancora più grande: costruire gli strumenti attraverso i quali una comunità possa decidere democraticamente quale agricoltura, quale paesaggio e quale futuro alimentare vuole lasciare sul proprio territorio.




