L’Azienda Agricola biologica Luciano De Biasi, con sede in via Borgo Cacciatori a Miane (TV), produce uva da vino di varietà glera e castagne di varietà marroni e santantoni. I vigneti occupano un ettaro di terreno nei comuni di Miane e Farra di Soligo, in località Collagù, zone collinari particolarmente vocate per la viticoltura, mentre il castagneto di circa due ettari si trova in comune di Miane, nell’area di produzione del “Marrone di Combai IGP”. L’Azienda è certificata biologica da Suolo e Salute.

Luciano, convinto ambientalista e sostenitore di un’agricoltura che rispetta l’ambiente e le componenti che lo caratterizzano, proviene da una famiglia contadina molto legata alla terra ed ha alle spalle una lunga carriera professionale nel settore amministrativo-finanziario. Può essere definito un contadino custode perché riscopre e salvaguarda varietà autoctone di piante da frutto (meli, peri, susini, ciliegi ecc.) e di vecchie cultivar di vite, dimenticate ed abbandonate, anche a causa dell’agricoltura intensiva. Senza il lavoro e la tenacia di Luciano, degli enti di ricerca, di persone e produttori che selezionano e catalogano i prodotti legati al territorio, molte varietà vegetali e animali potrebbero scomparire, con grande danno per la biodiversità.

“La Natura stessa ci insegna che un sistema con un alto tasso di biodiversità ha maggiori possibilità di sopravvivere ed evolversi, è più fiorente, ricco di risorse, e in grado di affrontare meglio le avversità che si possono presentare.”[1]

Luciano De Biasi ha recuperato l’antica tradizione della castanicoltura e si prende cura del castagneto nel Bosco di Vergoman. in località “la Guzza”, nel comune di Miane che era di proprietà della famiglia; un pregevole luogo naturale con piante maestose dalla vasta chioma ed esemplari anche secolari di diverse varietà. Il toponimo “Guzza”  o "Guizza" è probabilmente di origine Longobarda e significava bosco o riserva di caccia, come ci dice Luciano.

Come lui stesso ci spiega, un castagneto trascurato, senza manutenzione, sistemazione del terreno e pulizia del sottobosco, con l’andar del tempo si degrada e si spegne. Urbanizzazione e spopolamento delle zone collinari e montane hanno portato l’abbandono dei castagneti; per questo è fondamentale sensibilizzare le giovani generazioni sull’importanza di conservare e valorizzare il patrimonio boschivo perché le piante, oltre a custodire la bellezza del paesaggio, sono alleati importanti e preziosi per l’ecosistema: contrastano il degrado del suolo e il dissesto idrogeologico, catturano l’anidride carbonica dall’atmosfera, migliorano l’aria che respiriamo, combattono il cambiamento climatico e rendono più bella la nostra vita.

Il castagno europeo (Castanea sativa) - che dal punto di vista botanico appartiene alla famiglia delle Fagacee - è una delle più importanti essenze forestali dell’Europa meridionale, un albero con una lunga tradizione nella cultura popolare, che fin dall’antichità veniva chiamato “albero del pane”.

Molte comunità, in passato, hanno basato la loro economia sul castagno, il frutto ricco di proprietà benefiche è stato una preziosa risorsa alimentare per le famiglie contadine delle zone montane e collinari ed il legname era ricercato per la sua compattezza, resistenza all’umidità e duttilità. Del castagno non si buttava via niente, i ricci vuoti venivano impiegati per il riscaldamento domestico, il fogliame secco era impiegato come lettiera per il bestiame nelle stalle e come fertilizzante, al frutto ed alle foglie erano riconosciute qualità terapeutiche, ecc.

Se un tempo venivano considerate un ingrediente povero, al giorno d’oggi le castagne sono un cibo pregiato, una vera prelibatezza autunnale consumate come caldarroste o marron glacé o utilizzate nella preparazione di numerose ricette dall’antipasto al dolce. In pasticceria solitamente si privilegia il marrone che è la varietà più pregiata della castagna ed è mediamente più grosso - di norma un riccio contiene un unico seme - la polpa di colore biancastro è consistente, zuccherina e di sapore dolce.

Dal punto di vista nutrizionale castagne e marroni sono un alimento nutriente ed energetico, frutti eccellenti ricchi di amidi e di vitamina C, vitamine del gruppo B e di una discreta quantità di sali minerali: magnesio, fosforo, potassio, ferro, sodio e calcio. Non contengono glutine ed hanno un valore nutritivo simile a quello dei cereali.

Dopo la raccolta che si effettua normalmente da metà settembre e fino alla metà del mese successivo, possono essere conservate essiccate o trasformate in farina.

Luciano De Biasi utilizza il metodo della curatura (un tempo chiamata “novena”), che consiste nell’ immergere i frutti in acqua potabile per un periodo di 7/8 giorni, cambiando l’acqua ogni giorno. I frutti che salgono a galla vanno eliminati in quanto bacati. In questo modo la loro conservazione, come prodotto fresco, è garantita per alcuni mesi.

Gli alberi rafforzano il nostro legame con la natura. Stefano Mancuso, nel suo libro “Fitopolis, la città vivente” afferma che

La relazione fra uomini e piante è un tema impegnativo: riguarda qualcosa la cui vera essenza sfugge alla gran parte di noi, nonostante sia così semplice da poterla descrivere con una sola parola: dipendenza. La vita animale dipende da quella vegetale. Senza le piante l’intera vita animale sarebbe impossibile. Le piante secondo la mirabile definizione di Klimet Timirjazev, botanico russo dell’inizio del XX secolo, sono l’anello che lega il Sole alla Terra. […]”[2]

Il castagneto, il vigneto degli anni Settanta, che Luciano chiama “catalogo”, le antiche varietà di alberi da frutto recuperate dall’abbandono, sono la testimonianza dell’importanza del lavoro di Luciano per conservare e valorizzare la biodiversità e proteggere la bellezza e la diversità del paesaggio. Un patrimonio di conoscenze che contribuisce a difendere l’identità di un luogo con i saperi tramandati di generazione in generazione.

Carlo Petrini, nell’introduzione al libro “Biodinamica, stregoneria o agroecologia?”, sostiene che “Specialmente negli ultimi settant’anni, la meccanizzazione, l’industrializzazione e la chimica di sintesi hanno portato progressivamente a recidere il forte legame tra campo e contadino, tra terra e uomo.”[3]

Tornare a praticare un’agricoltura che mantenga vivo e vitale l’ecosistema, conseguentemente, significa anche prendersi cura del nostro benessere.

Ripensare il nostro futuro significa, come scrive Luciano, “[…] poter ancora sentire l'appartenenza ad un mondo in cui vivono esseri umani ma anche altri esseri viventi come gli animali e le piante con cui condividiamo la nascita, la vita e la morte […]”, ristabilendo la connessione che ci lega gli uni altri, in una comunità planetaria.

 

Antonella Pianca

 

Fotografie di Giovanni Damian ©2023

 

 

Bibliografia:

  • Stefano Mancuso, Fitopolis, la città vivente, Gius. Laterza & Figli spa, Bari-Roma, 2023
  • Stefano Masini (a cura di), Biodinamica stregoneria o agroecologia?, Slow Food Editore, Bra (CN), 2022
  • Carlo Petrini, Terra Madre - Come non farci mangiare dal cibo, Giunti Editore, Milano & Slow Food Editore, Bra (CN), 2009

 

Note: 

[1] Carlo Petrini, Terra Madre - Come non farci mangiare dal cibo

[2] Stefano Mancuso, Fitopolis, la città vivente

[3] Stefano Masini (a cura di), Biodinamica stregoneria o agroecologia?

 

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