L’Azienda Agricola Madorbo Filippo di Sergio Menegaldo, prende il nome dal borgo di Madorbo nel comune di Cimadolmo (TV); è una piccola attività a conduzione familiare nota per la produzione di zucche di svariati tipi tra le quali la zucca Santa, la Padana, la Silver Edge, la Butternut Liscia, la Siam, la Tristar (una varietà australiana ormai rara), di succhi di frutta e confetture da uva Bacò, da uva Fragola Bianca, da More di Gelso ecc. L’azienda è conosciuta anche perché coltiva e preserva alcune varietà di ibridi produttori diretti di uva Bacò, Clinton, Clinto, Clinto Bianco (incroci tra la Vitis Labrusca e la Vitis Riparia), Villard Blanc, Villard Noir (ibridi da piante francesi) e l’Isabella chiamata anche uva Fragola (incrocio naturale tra Vitis Labrusca e Vitis Vinifera), storicamente coltivati nella Marca Trevigiana dalla fine del XIX secolo.

Infatti, sul finire dell’800 il grave problema della fillossera, accompagnato dalle altre malattie crittogamiche, colpì la viticoltura europea con la distruzione di molti vigneti. Questa grave calamità diede luogo ad una serie di misure contenitive e di lotta. Una delle soluzioni adottate fu quella di innestare la Vitis Vinifera su piede di vite americana o di suoi ibridi resistenti alla fillossera. Queste varietà non necessitano di trattamenti fitosanitari in quanto resistenti alle malattie parassitarie.

L’Azienda Madorbo, è nata dal progetto di Filippo Menegaldo volto alla salvaguardia e alla promozione della tipicità delle produzioni locali; per questo motivo egli aveva continuato la coltivazione delle varietà di ibridi produttori diretti presenti nei terreni di proprietà della famiglia, i cui impianti più vecchi risalgono ai primi anni del Novecento, impegnandosi affinché il legislatore ne regolamentasse la produzione.

Attualmente, in applicazione di una legge del 1931 che non è mai stata abrogata, è consentita infatti la loro coltivazione ma non la commercializzazione.

La sua proposta di regolamentazione prevedeva, ad esempio, che l’intero processo produttivo - dalla fase di raccolta a quella di trasformazione ed imbottigliamento - avvenisse all’interno dell’azienda, con l’obbligo di vendere il prodotto finito esclusivamente in ambito locale e solo direttamente, senza intermediazioni. La produzione doveva in ogni caso rimanere limitata, stabilendo dei quantitativi massimi per ogni azienda, anche per evitare “l’effetto monocoltura”.

Nei primi giorni di settembre ho incontrato Sergio e Laura, genitori di Filippo, in occasione della vendemmia delle uve di varietà Clinto e Clinton prodotte dalle vecchie piante della pergola in prossimità dell’argine della Piave.

Il Clinto era considerato un tempo il vino di casa da accompagnare -  al momento della merenda - con del pane tostato da intingere. La sua particolarità , che rappresenta anche la piacevolezza di beva, si traduce in una bevanda di bassa gradazione alcolica (6-8° vol.), di colore rosso intenso, di struttura leggera, con sentori olfattivi vinosi e fruttati e dalla caratteristica, tipica, nota selvatica.

Tradizionalmente si beveva nel periodo dell’autunno-inverno, in attesa del vino ottenuto dalle vigne tradizionali; inoltre la sua naturale conservabilità non andava generalmente oltre la primavera dell’anno successivo. Veniva apprezzato, come ricorda Sergio, in quanto contribuiva a sostenere la povera economia delle famiglie contadine.

In “Vino al Vino”, memorabile opera dello scrittore e regista Mario Soldati, nel capitolo del suo viaggio nelle provincie di Belluno, Vicenza, Treviso e Venezia, narra dell’incontro con il vino Clinto,

”… vino, che gli enologi disprezzano per la ruvidezza, per l’eccesso di tannino e di colore e per la bassa gradazione alcolica: vino, però, che i veri veneti, vecchi e giovani [ … ] amano più di ogni altro come vino da pasto …”[1]

Lo stesso autore così riporta la differenza tra le due varietà:

“… credevo che Clinto e Clintòn fossero sinonimi. Sono, invece, due vini diversi e ben distinti. Come dice il nome, derivano ambedue da vitigni americani. [ … ] il Clinto, nel Veneto, è un’uva che dà un vino di classe e di gusto nettamente superiori al Clintòn: più magro, più forte, più di soddisfazione …”[2]

La pergola, nella quale alcune viti sono sostenute da maestose piante di fico e di noce, acquistata negli anni cinquanta del novecento dal padre di Sergio, si trova lungo l’argine della Piave. Un lembo di paesaggio ancora integro, custodito con molta cura e dedizione, che rappresenta la memoria di un’epoca rurale e la storia delle genti - agricoltori, mugnai, cavatori di ghiaia, zattieri - che vivevano nella pianura veneta lungo il corso del fiume noto come “Sacro alla Patria” in ricordo dei combattimenti occorsi sulle sue sponde durante il Primo Conflitto Mondiale.

Un territorio ricco di storia, di cultura, di memorie ancora presenti. A questo proposito Sergio ci fa notare le gradinate di pietra dell’idrometro, opera idraulica realizzata dagli Austriaci, che serviva a misurare il livello delle acque del fiume.

Questo nuovo incontro con la famiglia Menegaldo è un invito a visitare le aziende locali ed a conoscere i volti delle persone e la storia dei luoghi, un turismo etico e sostenibile che non implica lunghi viaggi, un percorso di conoscenza che arricchisce il nostro “tempo libero”. Un tempo libero che, come sostiene il giornalista e scrittore Massimo Fini nell’interessante articolo pubblicato sul fatto quotidiano in data 20/09/2020, sia “uno spazio, un divertimento semplice e non coatto, un giorno liberato tanto dal lavoro quanto dal consumo.”

Un concetto che esprime anche Carlo Petrini quando afferma che

“La vicinanza (fisica o virtuale) con gli uomini e i luoghi della produzione aiuta a sentirsi partecipi del processo che porta il cibo alla nostra tavola, favorisce la circolazione delle informazioni e insegna ad apprezzare un cibo diverso rispetto a quello che ci arriva attraverso i canali del sistema mondiale dell’industria agro-alimentare”[3].

E questo è, in sintesi, quanto sostiene Sergio: “in agricoltura si fa cultura”.

L’obiettivo di Sergio e Laura Menegaldo è quello di continuare il lavoro iniziato dal figlio Filippo, al fine di promuovere un’agricoltura che valorizzi i prodotti del territorio senza l’utilizzo di prodotti chimici, in uno spazio dove la biodiversità sia un valore che va protetto e condiviso.

 

Antonella Pianca

 

Fotografie di Antonella Pianca e Giovanni Damian ©2020

 

Note:

[1] Mario Soldati, Vino al Vino

[2] Ibidem

[3] Carlo Petrini, Terra Madre

 

Per approfondire:

  • Carlo Petrini, Terra Madre – Come non farci mangiare dal cibo, Giunti Editore, Milano & Slow Food Editore, Bra (CN), 2009
  • Mario Soldati, Vino al Vino – Alla ricerca dei vini genuini, Arnoldo Mondadori spa, Milano (MI), I ed. 1977

 

SCHEDA DELLA AZIENDA PER CONTATTI E ACQUISTI